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Agrcioltura: alcune riflessioni Stampa E-mail
News - Agricoltura
girasoli(01 marzo 2010)
Di seguito sono riportate alcune interessanti riflessioni di Mara Biguzzi, direttore di Cia Forlì-Cesena, sullo stato dell'agricoltura nazionale, comunitaria e internazionale. 
Sebbene non ci siano dubbi che una politica agricola comunitaria sia fondamentale a garanzia dell'autoapprovvigionamento alimentare, per assicurare redditi equi e sicuri agli agricoltori, preservando nel contempo l'occupazione, ci si trova nella situazione di dover difendere e lottare per l'ovvio.

Conservare invece di crescere, stare in trincea anziché avanzare, fermarsi invece di correre.... Eppure basterebbe solo pensare alla grande tragedia che si è abbattuta su Haiti, l'Unione europea non ha scorte alimentari per aiutare la popolazione a soddisfare la prima necessità: quella alimentare.

E se la catastrofe fosse avvenuta in Europa? Agli scettici vorrei ricordare che la spesa comunitaria destinata al budget agricolo è inferiore - e di molto - a quella che gli Stati Uniti d'America dedicano al loro settore primario. D'altronde, proprio un americano trovò la felice definizione: "il primo atto agricolo è mangiare".
Questa intuizione corrisponde al vero, non c'è dubbio alcuno e va tenuta presente.

Che la Francia - provata nel profondo da una protesta agricola senza eguali - poi, sia riuscita a coinvolgere 22 ministri Ue in un appello comune a sostegno della Pac, alla vigilia dell'entrata in vigore del trattato di Lisbona, è indicativo. Sono moltissime in Francia come in Germania, in Spagna come in Grecia, in Portogallo come in Italia, le aziende agricole provate dalla crisi e numerosi gli imprenditori che cercano sbocchi diversi e più remunerativi al loro lavoro quotidiano.

Nonostante questo, nello stesso tempo, miliardari del calibro di Rothschild e Soros fanno incetta di terre agricole, un po' dappertutto e nazioni come la Cina, la Corea e i paesi arabi, si accaparrano terreni in Africa un vero e proprio "land grabbing" per garantirsi l'autosufficienza alimentare dal 2050. Oppure uomini di affari investono per fare agricoltura urbana e riqualificare così il degrado postindustriale.

Se siamo ad un nuovo ciclo economico post rivoluzione industriale, dove fare agricoltura viene teorizzato come il futuro del "profit",
com'è possibile allora lottare per mantenere quello che abbiamo già e non farcelo ridurre?

Forse dovrà essere rivoluzionato l'agricoltore e il modello agricolo che conosciamo.
Servirà un'unione profonda di filiera o addirittura intersettoriale: sicuramente non è neppure più sufficiente associarsi solo fra agricoltori... Quando il nostro settore, quando la Cia riterrà di confrontarsi su questi temi? O ci accontentiamo di discutere tra di noi del "patto con la società?"

Ah, una curiosità: ma la società lo sa?

Mara Biguzzi

 

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