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Per Approfondire |
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| Breve storia sociale dell'alimentazione | ||
| C'era una volta il "mal della miseria" | ||
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Per secoli le carenze alimentari hanno segnato lo stato di salute e la diffusione di malattie. Con forti differenze tra ricchi e poveri e tra uomini e donne. Una breve storia del cibo in Italia |
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| Pane o carne, ricchezza o poverta' | ||
| La pellagra, malattia dei poveri | ||
| Le tendenze del nostro secolo | ||
| L'alimentazione delle donne | ||
| Il cibo dei Bambini | ||
| Riferimenti bibliografici | ||
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| Pane o carne, ricchezza o poverta' | ||
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Alla fine del secolo scorso un'adeguata quantita' di pane significa condizioni di un certo benessere alimentare, perche' permetteva di elevarsi al di sopra della soglia della miseria. Era pero' chiaro che solo il consumo di carne e di latticini rappresentava "quel benessere che meglio manteneva le piu' attive forme delle energie umane" e metteva l'organismo in grado di attivare le sue difese immunitarie. Come una cattiva alimentazione poteva far precipitare nella malattia, cosi' una terapia alimentare (che spesso era anche l'unica strada perseguibile) poteva restituire la salute. Di questo i primi a essere convinti erano proprio i medici condotti che, quando venivano chiamati dai loro pazienti, prescrivevano pochissimi preparati medici, mentre insistevano sulla "dieta terapeutica" di carne, di "vino imbottigliato", di pane bianco, di caffË, uova, rosolio e mele. Del resto brodo di carne, pane bianco e vino rosso hanno avuto - fino all'avvento della penicillina - un posto privilegiato al capezzale di ogni malato, fidando sia sulla saggezza popolare, sia sulle prescrizioni della scienza medica. Nel 1908, il fisiologo Albertoni riconosceva in questo senso "ampiamente giustificata l'estimazione che ottengono fra il popolo gli alimenti carnei". A suo parere infatti le loro proprieta' proteiche servivano a nutrire i centri nervosi, ad aumentare l'attivita' sociale dei singoli individui e a scongiurare le malattie mentali. Quando in Irlanda nel 1845-46 la malattia della patata provoco' una delle piu' spaventose carestie del mondo occidentale, a questa "seguirono inevitabilmente quelle malattie in larga misura legate al venir meno di una dieta", che, seppure monotona, se non altro "forniva all'organismo un buon apporto di vitamina C". E in effetti scorbuto, dissenteria, tifo petecchiale e colera sono stati i principali eventi patologici sofferti da gruppi umani in condizioni di iponutrizione o disvitaminosi. Se infatti "individui in buona salute possono sopportare - senza essere infettati - dosi anche massicce di batteri", il rischio diventa estremamente pesante quando "le condizioni generali dell'individuo esposto al contagio sono gia' precarie". Nello stesso tempo la mancanza di vitamina B7, fornita in prevalenza dalla patata stessa e dal latte, voleva dire un notevole aumento di malattie mentali, mentre lo scarso apporto di vitamine A, D, E (dovuto all'assenza di verdure, di frutta, di burro, di grassi e di latte) poteva dar luogo a numerosi casi di oftalmia, di anemia e di rachitismo. Nel 1817, quando il tifo petecchiale interesso' gran parte dell'Italia centrale, l'epidemia si innesco' su una situazione alimentare a livelli ormai insostenibili: a Perugia si parlava di "morti di fame per le vie interne ed esterne della citta'"; a Roma le cronache riferivano che "il minuto popolo cibasi di pane impuro e non ben fermentato, di lupini, di radici del solano tuberoso, di crudi e duri erbaggi"; nelle zone di montagna delle Marche mancavano perfino le ghiande da trasformare in farina. In questo contesto si manifestarono le "febbri catarrali e gastriche" e quindi il tifo petecchiale, ma in molti casi i rapporti che provenivano dalle periferie non riuscivano nemmeno a distinguere tra stati patologici veri e propri e conseguenze della iponutrizione. Questa infatti, a detta di un osservatore, portava alla tomba ancor prima che "le malattie arrivassero a quel grado d'intensita' da essere cagione assoluta di morte". Del resto ancora oggi il principio che "un organismo debilitato Ë molto meno resistente agli attacchi dei microbi che incontra" trova un drammatico riscontro in certi contesti sociali ed economici della realta' terzomondista, come riconosce l'Organizzazione mondiale della sanita' (Oms), denunciando situazioni di disagio patologico infantile strettamente connesse ai bassi livelli nutrizionali.
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| La pellagra, malattia dei poveri | ||
| Secondo Massimo Montanari, se Ë vero che non necessariamente la fame "porta con se' la morte", perche' "gli uomini hanno grandi capacita' di resistenza e di adattamento", Ë pero' altrettanto scontato che "le frequenti penurie, la paura che il cibo finisca o che il prossimo raccolto vada a male, sono realta' talmente connaturate alla vita quotidiana da ingenerare profondi scompensi fisiologici e psicologici". Scompensi che attraversavano tutta la societa', anche se erano soprattutto i "villani" a risentire piu' direttamente della mancanza del cibo; i dominanti, i proprietari terrieri, i ricchi non potevano comunque dormire sonni tranquilli. Chi disponeva di cibo in abbondanza doveva preoccuparsi che la penuria o almeno i suoi effetti venissero evitati, contenuti, controllati, per ragioni di tranquillita' sociale e per motivi di ordine sanitario. Non erano forse i poveri affamati che contraevano con maggiore facilita' le malattie e poi le diffondevano nei loro spostamenti alla ricerca di cibo? Ecco allora una lunga serie di disposizioni per controllare e contenere i "miserabili" e il loro arrivo nei centri urbani, per frenare l'esodo dalle campagne di contadini in cerca di cibo. Ecco anche numerosi trattati che avevano la pretesa di insegnare tecniche di sopravvivenza svincolate dall'andamento della produzione del grano. Un problema plurisecolare che sembro' destinato a essere definitivamente risolto con l'introduzione della patata e ancor piu' del mais dopo il XVII secolo. Se col granturco il contadino italiano "visse poveramente ma non mori' di fame", lo stesso concetto potrebbe essere applicato soprattutto ai casi olandesi e irlandesi con l'introduzione della patata e per la margarina ad altri contesti del mondo anglosassone. Il granturco permise dunque la sopravvivenza, ma certamente non produsse mutamenti, da un punto di vista proteico e vitaminico, di calorie e di minerali nei piu' diffusi standard e parametri nutritivi. Il mais libero' gran parte della popolazione dalla stretta dipendenza dai cereali tradizionali: non solo dal grano, che in molti casi era una sorta di miraggio, quanto da orzo, miglio, grano saraceno, segale, panico, che troneggiavano sulle mense rurali sia sotto forma di schiacciate o di pani, sia come polenta "bigia" di manzoniana memoria. Il mais (assieme alla patata) spezzo' il ciclo carestie-epidemie, ma nello stesso tempo apri' un'ulteriore breccia nelle difese sanitarie dell'organismo, destinata ad acuirsi a ogni impennata del prezzo del frumento, quando cioË questo si faceva piu' raro e meno accessibile. Anche in regioni della Francia, Spagna, Romania e fra i neri e le popolazioni piu' povere del Sud degli Stati uniti, il granturco fu usato per l'alimentazione umana, ma le ripercussioni sanitarie sotto forma di pellagra, con i suoi diversi stadi patologici contrassegnati da diarrea, dermatite e demenza, non acquistarono quelle punte di intensita' che, per tutto il XIX secolo e anche oltre, si ebbero nell'Italia centro-settentrionale. L'elemento scatenante, in effetti, consisteva in primo luogo nel fatto che la farina di mais veniva trasformata in polenta e quindi nel fatto che la polenta era mangiata senza sale e senza altri condimenti che potessero rialzarne il valore nutritivo da un punto di vista vitaminico; ma questo lo si appuro' negli anni Trenta quando si scopri' che il processo di bollitura, necessario al granturco per essere trasformato in polenta, liberava e disperdeva anche quella minima quantita' di vitamina PP (niacina) in esso contenuta. Il panorama sanitario, gia' precario per la carenza "di proteine e di altri elementi specifici", che si traduceva "in livelli di sottoalimentazione estremi" e favorevoli a una lunga serie di malattie infettive, si arricchi' in effetti durante il XIX secolo di pellagrosi (83.600 decessi ufficiali avvenuti fra il 1887 e il 1910 e all'incirca in altri 20.000 fra il 1910 e il 1940) che, a causa della polenta scondita, alla fine dell'inverno (il periodo in cui si mangiava peggio) ingrossavano le fila della popolazione dei manicomi per disturbi nervosi e psicosi riconducibili in massima parte alla carenza di vitamina B12, normalmente fornita da carne, pesce, pollame e latticini. Anche la misurazione corporea, introdotta nella seconda meta' dell'Ottocento dalla scienza medica di ispirazione positivistica, servi' non poco a far risaltare i guasti fisiologici derivanti da un diffuso problema dietetico. Si poteva infatti osservare e ribadire una sostanziale differenziazione nel peso e nell'altezza a seconda delle disponibilita' economiche e quindi nutrizionali. "Un povero - annotava un funzionario governativo italiano - a 17 anni ha l'altezza di un ricco a 14; a 19 il povero ha la statura di un ricco a 15 e fra un povero e un ricco di 19 anni la differenza di statura Ë in media di 12 cm. Ne' la differenza di peso Ë meno notevole: nell'eta' dai 16 ai 17 anni la differenza a favore dei ricchi Ë in media di 3 chilogrammi". E in effetti il 40 per cento dei giovani italiani misurati e visitati per il servizio di leva negli anni fra il 1862 e il 1865 fu riformato perche' non superava 1 metro e 56 centimetri; la percentuale scese al 20 per cento nel periodo 1866-71, ma anche in seguito il contingente maggiore dei non arruolati rientrava nel novero di quelle imperfezioni fisiche e costituzionali (gozzo, cretinismo, nanismo, crescita ritardata) che, secondo l'opinione dei medici militari, derivava prima di tutto dall'insufficiente allattamento ricevuto nei primi mesi di vita e dal precario livello nutrizionale della fanciullezza e dell'adolescenza. A questo proposito pero' le fonti interessate tendevano a sottolineare che bastava appena un anno di servizio militare, con la possibilita' di seguire una dieta regolare, per denunciare "un significativo aumento del peso, nonche' un accrescimento della statura". Eppure, intorno agli anni Ottanta, la razione alimentare di un soldato era costituita di 732 grammi di pane e 183 grammi di "pane per zuppa", di 220 grammi di carne, 150 di riso o pasta, 15 di lardo, 20 di sale al giorno. Certo non rappresentava "la piu' sontuosa delle alimentazioni", ma evidentemente per la maggior parte dei coscritti significava un notevole salto di qualita' rispetto alla norma della vita civile. | ||
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| Le tendenze del nostro secolo | ||
| Nel tentativo di fornire delle linee di tendenza dei consumi alimentari sul lungo periodo, Aymard ha individuato nell'arco dei sei secoli di storia europea compresi fra il 1300 e il 1900 due svolte fondamentali. La prima si sarebbe manifestata con una variazione dell'apporto calorico globale all'interno di regimi alimentari che avrebbero mantenuto inalterata la loro base alimentare essenzialmente cerealicola; la seconda si sarebbe invece basata su un'effettiva modificazione delle sostanze nutritive, nel senso di un passaggio da proteine e glucidi derivanti da cibi di origine vegetale a proteine e glucidi assimilati da alimenti di origine animale. In Francia la prima fase si sarebbe protratta per tutto il XIX secolo e solo dopo il 1890 si sarebbe intravisto un passaggio sostanziale alla seconda; un analogo processo avrebbe interessato l'Inghilterra, dove solo agli inizi del XX secolo si sarebbe notata una accresciuta disponibilita' di carne, latte e latticini. Il caso dell'Italia presento' invece delle peculiarita' diverse e il passaggio da una dieta cerealicola a una dieta carnea si manifesto' in maniera meno rilevante e comunque con proporzioni diverse e con notevole ritardo rispetto a Francia e Inghilterra. L'unico sicuro indice di miglioramento alimentare che si puo' riscontrare nel primo quindicennio del XX secolo consistette in effetti in un maggior consumo di frumento a scapito del mais. Nel 1914 la Csir (Commission scientifique internationale du ravitaillement), valutando "che 75 grammi per giorno e per uomo medio rappresentassero un minimun desiderabile necessario per ogni paese", prendeva atto che la sola Italia era il paese in cui la razione giornaliera di materie grasse - nel periodo 1909/13 - era di 9 grammi inferiore a tale quota, mentre si registrava addirittura un'eccedenza di 51 grammi per la Germania, di 45 per l'Inghilterra e di 11 per la Francia. Cosi' la percentuale calorica derivante da sostanze di origine animale rappresentava all'incirca il 12 per cento in Italia, il 27 per cento in Francia, il 33 in Germania e il 36 per cento in Inghilterra. In linea generale, comunque, con il XX secolo tutti i paesi europei imboccarono con minore o maggiore decisione la strada che segna un radicale cambiamento nei consumi alimentari. Tuttavia soltanto nel secondo dopoguerra e soprattutto a partire dagli anni Cinquanta si verifichera' a ogni livello il passaggio definitivo a regimi dietetici basati sulle proteine nobili; addirittura nello spazio di due decenni il consumo di carne si Ë attestato su livelli superiori alle razioni consigliate e anche latte, formaggi, pomodori, vegetali, agrumi, olio d'oliva hanno seguito la medesima tendenza al rialzo, mentre, molto significativamente, si sono abbassati i consumi di granturco e di riso e quelli di grano hanno denunciato un aumento quasi impercettibile. Se tale tendenza dietetica ha eliminato parecchi rischi patologici ne ha pero' sollevati degli altri: infatti gli oncologi sono concordi nell'affermare che parallelamente al maggior benessere alimentare si Ë posto il problema delle malattie cardiovascolari e neoplastiche. In effetti se in una graduatoria delle cause di morte il periodo di fine secolo XIX faceva registrare nell'ordine: gastroenterite e colite, bronchite, polmonite, tubercolosi, malattie della prima infanzia e malattie del sistema circolatorio, le statistiche degli anni Sessanta segnalavano un rimescolamento generale che a detta degli esperti rifletteva la trasformazione delle abitudini alimentari. Al primo posto ora figuravano le malattie circolatorie, seguite dalle lesioni vascolari del sistema nervoso centrale, dai tumori, dalla polmonite e dalle malattie dell'infanzia, rivelando una tendenza destinata ad accentuarsi negli anni Settanta. Dunque il problema alimentare e il problema del mangiare per "stare meglio" ed essere piu' sani non ha abbandonato l'umanita'. Una parte deve infatti fare ancora oggi i conti con un'endemica sottonutrizione e con le sue conseguenze sanitarie, in un circolo vizioso di sottoproduzione, inadeguata assistenza sociale, aumento delle malattie. Una parte al contrario Ë afflitta da una patologia degenerativa nella quale i fattori alimentari rivestono un ruolo di primaria importanza sotto gli aspetti dello squilibrio e degli elementi di rischio connessi con le tecniche adottate dall'industria alimentare (processi di produzione, di preparazione, di raffinazione, di conservazione e di trasformazione). In questo caso, come mette in evidenza il sociologo francese Claude Fischler, "a occupare le menti non sono piu' ne' la paura delle privazioni ne' l'ossessione dell'approvvigionamento" ma l'abbondanza, cioË la duplice "inquietudine" derivante dal "timore degli eccessi e dei veleni della modernita'" e dal "problema della scelta" degli alimenti stessi. Cosi', paradossalmente, alle soglie del Duemila, accanto a chi muore per scarsita' di cibo e a chi soffre di deficienze proteiche, caloriche e vitaminiche, c'Ë chi Ë assillato dal problema opposto e si sottopone a snervanti e costose diete e a interventi chirurgici per limitare i danni estetici e fisiologici della sovralimentazione e dell'obesita'. | ||
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| L'alimentazione delle donne | ||
| Fra il XIV e il XVIII secolo, secondo Edward Sborter, le donne avrebbero accusato un abbassamento della statura in corrispondenza del "peggioramento delle condizioni economiche dell'Europa" e una conseguente "diminuzione di cibo". A partire dalla fine del Settecento si sarebbe invece avuta una inversione di tendenza alimentare che non avrebbe influito soltanto sulla costituzione fisica ma anche sul menarca, con una drastica caduta cioË dell'eta' della puberta' da 16 a 14 anni: analogamente una certa incidenza si sarebbe avuta forse anche sullo spostamento in avanti dell'eta' del climaterio. Una migliore alimentazione avrebbe in pratica comportato una dilatazione del periodo fertile che comunque avrebbe segnato ancora notevoli differenze fra donne di campagna e donne di citta', cioË in linea di massima in presenza rispettivamente di livelli nutritivi peggiori o migliori. D'altra parte se il "mal della miseria" (come veniva significativamente chiamata la pellagra) metteva in evidenza una differenziazione dietetica regionale e fra le diverse figure sociali e lavoratrici, un distinguo alimentare esisteva anche all'interno di una stessa famiglia: fra uomo e donna e fra uomo, donna e figli. Non per niente studi di fine Ottocento mettono in risalto che erano proprio le donne-madri, fra i 20 e i 40 anni, con figli piccoli e alle prese con gravidanze e allattamenti, che "lavoravano come l'uomo" e che "si alimentavano ancor meno dell'uomo" (che almeno "talvolta trovava modo di procurarsi qualche bicchiere di vino in piu'"), a essere percentualmente le piu' colpite da certe forme di disvitaminosi. Un "libro di casa" di un pastore norvegese del 1772 mette in evidenza che "quando si cuocevano i pani di segale per Natale, quelli degli uomini pesavano 1.350 grammi, quelli delle donne 900"; tale dato rispecchia una situazione che si protrae fino a Novecento inoltrato e che interessa sia il bacino del Mediterraneo, sia le popolazioni delle aree piu' settentrionali. Una testimonianza calabrese del 1880 attesta che la "moglie e i due figlioli consumavano tutti e tre insieme quanto il solo padre": la figlia di un salariato agricolo padano, nata nel 1903, ricorda che "se a mio padre davano da mangiare" una cosa intera, a mia madre ne davano solo la meta'". Un contadino cremonese di 42 anni nel periodo estivo, quando si mangiava meglio, ma si lavorava anche di piu', aveva uno standard nutritivo che contemplava nell'arco di una giornata 3 chili e mezzo di polenta, 60 grammi di formaggio e due cipolle; la moglie quarantenne disponeva invece di poco piu' di 2 chili di polenta, di mezzo etto di formaggio e di una pera. In una famiglia molisana di inizio secolo l'uomo aveva diritto a 750 grammi di pane contro i 600 della donna. Anche nei ricoveri di mendicita' si seguiva lo stesso criterio di differenziazione dietetica sessuale: a Bologna, nel 1913, la razione di manzo bollito distribuita una volta alla settimana agli uomini era superiore a quella riservata alle donne. L'indigenza si articolava dunque per il sesso femminile in una condizione di subalternita' alimentare che, oltre a essere esplicitata in maniera oggettiva, era anche rappresentata simbolicamente. Soprattutto nelle campagne, infatti, solo l'uomo e i figli, che sono considerati coloro che "devono lavorare e guadagnare per tutti", sedevano a tavola; le donne (le giovani nubili e le spose) mangiavano in piedi, in cucina, in un angolo sul tagliere, sulla cassa della legna con il piatto in mano, o sedute per terra e senza posate, esclusivo appannaggio dei maschi, e spesso mangiavano quello che rimaneva, da sole, quando, come ricorda una contadina piemontese, "loro non erano in casa". Il problema non Ë soltanto culturale o antropologico; dietro la facciata di un modello alimentare sessualmente discriminante appare un condizionamento oggettivo della stessa funzione riconosciuta come primaria alla donna: quella riproduttiva. Quante donne potevano infatti contare su un "nutrimento (Ö) abbastanza confortativo per somministrarne uno corrispondente al bambino" e qual era l'accessibilita' alle farine lattee o semplicemente al latte di vacca "batteriologicamente puro"? Proprio partendo da tali questioni, a latere di osservatori di fine Ottocento che tendevano a sostenere la tesi di una "civilta' che aveva arrecato grandi progressi all'umanita'", non ultimo quello rappresentato da una presunta "cresciuta vigoria fisica" della popolazione, c'era chi manifestava scetticismo o addirittura un netto disaccordo. Fino a individuare nel tanto decantato progresso sociale, riscontrabile nell'ultimo scorcio del secolo, la causa dell' "insieme di mali non piccoli" e in primis di quella "decadenza fisica" di cui le nuove generazioni rappresentavano, a loro avviso, una testimonianza inoppugnabile. Se l'osservazione chiamava in causa la donna e il suo nutrimento biologico, l'attenzione non era pero' rivolta alla donna in quanto individuo sociale dotato di diritti, ma in quanto soggetto su cui ricadeva l'onere di generare figli. Possibilmente sani | ||
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| Il cibo dei Bambini | ||
| In Italia, nel 1865, su 1.000 nati vivi, 230 morivano nel primo anno di vita (200 in Prussia e 168 in Francia); quarant'anni dopo, grazie al "migliorato tenore di vita delle classi popolari" e a una "volontaria limitazione della prole specialmente nelle citta'", che consentivano "piu' amorose ed efficaci cure ai bambini", il rapporto era di 166 ogni 1.000 nati vivi (205 in Prussia e 145 in Francia) e scendera' a 113 nel 1931. L'interazione fra sottoalimentazione e patologie rimaneva comunque particolarmente rilevante nel caso delle malattie intestinali, soprattutto diarrea e dissenteria; queste causarono - fino al 1905 - il 40 per cento dei decessi registrati nella fascia d'eta' da 0 a 5 anni e soltanto dopo il 1930 tale percentuale scese al di sotto del 30 per cento. "Abitudini sociali come il prolungato allattamento al seno materno, od anche peggio il passaggio con lo svezzamento ad una alimentazione ricca di amido, che fornisce calorie, ma ben poche proteine", e di conseguenza "difetti nutrizionali particolarmente gravi", giocavano in questo scenario un ruolo di primo piano e tendevano a stemperare i conseguenti effetti negativi solo dopo i primi dodici mesi di vita. In effetti nel caso delle gastroenteriti infantili, che dal 1887 al 1964 hanno causato in Italia 2.400.000 morti nel primo anno di vita, anche il fattore igienico passava in secondo piano proprio perche' era l'alimentazione a fissare nei neonati le difese immunitarie dell'organismo. Ma in prevalenza queste finivano col dipendere dalle condizioni dietetiche della madre; erano insomma il colostro, secreto nei primi giorni del puerperio, e, piu' in generale, il latte materno ad avere un'importanza essenziale per la sopravvivenza e per la crescita del neonato, anche perche' molto raramente ricorrevano le condizioni per integrare il fabbisogno del lattante con acqua zuccherata, semolini, pastine e rossi d'uovo. Tuttavia le opinioni su questo punto non sono del tutto concordi. Per Massimo Livi Bacci, infatti, esisterebbe nella puerpera "un meccanismo di adattamento metabolico, forse dovuto a piu' alti livelli di prolattina, che permette di mantenere un equilibrato bilancio energetico anche quando la dieta appare inadeguata". In questo modo si arginerebbero o comunque verrebbero a essere minimizzate le conseguenze "sia sul feto, durante la gravidanza, sia sul neonato" alimentato al seno materno. Secondo l'opinione piu' diffusa (non solo a livello medico ma anche nelle culture popolari) era ed Ë invece scontato che da una scarsa alimentazione materna e comunque da una gravidanza vissuta in condizioni di stress fisico e psichico potesse discendere un "latte fisiologicamente cattivo" proprio nei primi mesi di vita del lattante, o addirittura una secrezione di colostro senza tutte quelle sostanze biologicamente attive (compresa la vitamina A) che avrebbero dovuto proteggere il neonato dalle infezioni. Proprio per l'impossibilita' di "mangiare di piu'" in certi periodi critici si alimentavano preghiere e scongiuri in cui il magico si combinava con quanto era a portata di mano: come, ad esempio, in un rituale dell'Italia meridionale che per la puerpera prescriveva una pietanza in cui la sua stessa placenta era cucinata con cipolle. Queste ultime nella tradizione popolare di molte regioni erano considerate un toccasana per la formazione del latte; quanto alla placenta, appare scontato l'accostamento con le abitudini degli animali domestici: non mangiano infatti la propria placenta anche la capre? | ||
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| Riferimenti bibliografici | ||
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Flandrin
J.-L., Montanari M., Storia dell'alimentazione, Roma-Bari 1997.
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| Fischler, C., L'onnivoro. Il piacere di mangiare nella storia e nella scienza, Milano 1992. | ||
| Harris, M., Buono da mangiare. Enigmi del gusto e consuetudini alimentari, Torino 1992. | ||
| Livi Bacci, M., Popolazione e alimentazione. Saggio sulla storia demografica europea, Bologna 1987. | ||
| McKeown, T., L'aumento della popolazione nell'era moderna, Milano 1979. | ||
| Meldini, P., "A tavola e in cucina", in P. Melograni (a cura di), La famiglia italiana dall'Ottocento a oggi, Roma-Bari 1988. | ||
| Montanari, M., Nuovo convivio. Storia e coltura dei piaceri della tavola nell'eta' moderna, Roma-Bari 1991. | ||
| Id., La fame e l'abbondanza. Storia dell'alimentazione in Europa, Roma-Bari 1993. | ||
| Rotberg, R.I., Rabb, T.K. (a cura di), La fame nella storia, Roma 1987. | ||
| Sborter, E ., Storia del corpo femminile, Milano 1984. | ||
| Sorcinelli, P., Gli italiani e il cibo. Appetiti, digiuni rinunce dalla realta' contadina alla societa' del benessere, Bologna 1995 | ||
| Wrigley, F.A., Demografia e storia, Milano 1969 | ||
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| Questo testo Ë stato redatto dal prof. Paolo Sorcinelli per Modus vivendi. ©MODUS VIVENDI - DARWIN ACSA, 1999-2001 | ||
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